Il primo della classe

Pubblicato: ottobre 5, 2016 in Uncategorized

Uno dei pochi “veri” che consiglio a chiunque di leggere. Grande!

Gino

Alle elementari non ero il primo della classe, non mi interessava esserlo e poi ero troppo timido .
Pero’ quel che dovevo fare lo facevo, avevo fiducia in quel che diceva la maestra :
Non c’è bisogno di alzare il braccio per primi e dire sempre ” io lo so!” perché tanto se uno è bravo i fatti parleranno per lui.
Intanto i piu’ veloci ad alzare la mano continuavano a prendersi bei voti e, visto che non facevo parte del loro club esclusivo, presero a segnarmi tra i cattivi sulla lavagna ogni volta che potevano, mentre quelli delle ultime file mi presero in antipatia perché non facevo casino.
Alle medie dedussi che forse la maestra non aveva detto proprio tutta la verità, cosi’ capii che potevo far casino e ovviare alle cazzate compiute studiando quando serviva.
Ottenni la licenza media senza troppi sbattimenti.
Invece alle superiori decisi che non…

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Momenti

Pubblicato: marzo 20, 2014 in Arte
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Mein Red

 

Molti, da ragazzi, avevano quel pizzico di sana incoscienza di prendere e saltare la scuola; sana perché – giusta o sbagliata che sia – è una scelta fatta per uscire da uno dei primi schemi che impariamo per fare qualcosa di diverso: altro. Ero tra quelli, non posso negarlo (e dubito che avreste pensato comunque il contrario). Perché di questa premessa? Semplicemente per il fatto di credere fortemente che – di tanto in tanto – alcune esperienze vadano ripetute a prescindere dall’età, a maggior ragione se la motivazione sia quella di fare ciò che si voglia fare realmente.

Entro in ufficio – senza soldi nel cellulare per avvisare che non sarei potuto essere tra i presenti – saluto tutti e torno fuori. Menate in teoria, ma le attese sanno regalare piacevoli intermezzi. Prendo e vado ad un parco, cartella con disegni e bozzetti appresso con tanto di scorta di penne e matite. Cerco un posto tranquillo – relativamente – ma ci sono bambini che giocano ovunque, con il Sole che spacca le pietre è anche il minimo dopotutto. Decido che va benissimo così ed inizio a rimettere mano ai fogli. L’attesa è lunga e faccio inconsapevolmente a tempo a finirne praticamente un paio, ma non è questo il punto della piccola storia, tutt’altro. Sono i bambini stessi a dirla proprio tutta.

Mentre armeggiavo, sigaretta in bocca, con i materiali via via che il tempo passava iniziavano le visite incuriosite dei “giocherelloni”. Uno alla volta, poi in gruppetti sempre più numerosi. Silenziosi, quasi ad aver paura che facendo qualche rumore quello strano tipo (io) si sarebbe fermato. Non ho mai visto in vita mia un adulto fare la stessa cosa: MAI. Queste visite, brevi ma spontanee, sono state una delle più belle soddisfazioni degli ultimi tempi. Qualcosa di bello proprio perché inaspettato. Mollare tutto – un gioco specialmente – per andare a vedere che cosa stesse facendo un tizio seduto su di una panchina, fermarsi a guardare, sorridere e restarsene lì in silenzio ancora un po’ con i propri amici. Come se fosse – a ragione – la cosa più normale da fare.

Ieri mi è stato chiesto se c’era qualcosa, negli ultimi tempi, di cui fossi veramente soddisfatto. Credo che questo momento sia esattamente al primo posto della mia – stringatissima – classifica personale.
Assolutamente.

 

 

Enotica 2014

E’ da qualche giorno che non riuscivo a mettermi buono a scrivere due righe, un po’ per impegni vari e – per fortuna – anche per via dell’avvicinarsi del festival dedicato all’eros ed al vino che (per tre anni di fila) mi ha visto tra i “chiamati” a partecipare in veste di artisti: Cin cin! Ora che manca solo una manciata di ore all’inaugurazione di Enotica 2014, e personale annessa, vi racconto un piccolo aneddoto. Quest’evento personalmente sarà un esperimento che – ad oggi – non ho mai provato. Si sente in giro di pittori ed artisti particolarmente gelosi delle proprie scelte, di gusti difficili ed astiosi all’idea di modificare in corsa le cose che si erano pensate con largo anticipo. Bene, questa personale vuole essere per quanto mi riguarda uno strappo netto a questa regola. Un’eccezione.

Le persone sono il fulcro di un evento, ancora prima di quanto vi sia esposto, ed è secondo questo pensiero che.. non è stato il sottoscritto a scegliere le stampe che saranno esposte all’evento. Francamente, ed è una cosa che mi fa impazzire di curiosità se proprio devo dirla tutta, non so neppure quali saranno esposte. Strano? Dipende. Sono abituato all’idea che gli artisti vogliano dare un proprio taglio di lettura – il proprio percorso che dir si voglia – al pubblico. Così facendo si cerca di instaurare un rapporto calcolato all’origine. E’ lo standard, chiunque abbia partecipato ad un qualsiasi allestimento potrà confermarlo. Qui l’idea è esattamente quella di mettere chi espone (in questo caso il sottoscritto) nella posizione di spettatore, ribaltare i ruoli. Volevo – e voglio – vedere in che modo si vedeva il mio lavoro, capire un po’ come potevo essere tradotto e recepito negli occhi di chi guarda.Così è stata l’organizzatrice – colei alla quale devo la mia presenza all’evento – a fare in mia vece tutto l’ambaradan del caso, ha scelto il materiale, luogo, disposizione. Quanto vedrete corrisponderà esattamente a ciò che vedrei io stesso per la prima volta. Una posizione equa, qualcosa che metta un po’ tutti – come giusto – sullo stesso piano.

Non ho idea di come andrà a finire, quali saranno i risultati e quanto ne segua ma, per quanto mi riguarda è già stato un pieno successo. Che dire, auguro a tutti coloro che vedranno la mostra una buona visione e – chiaro – un buon divertimento.

Yes, I can

C’è una forma sottile di tragedia nei ricordi, strisciante se vogliamo. E’ inevitabile visto che, volenti o meno, ci ritroviamo ad essere protagonisti di infiniti film personali con noi stessi protagonisti involontari. Il fatto stesso che non si possa scegliere di far parte della ristretta cerchia di spettatori passivi – anziché l’esatto contrario – fa sì che ci si ritrovi ad immedesimarci nella nostra stessa trasposizione ideale, che si falsi così in toto ciò che andiamo a ripescare nella memoria. Soprattutto con ciò che vorremmo dimenticare. Ed è questa la cosa da uscirci pazzi, abbiamo tutti qualche ricordo che vorremmo eliminare definitivamente dai nostri archivi personali.

Il bello non ha bisogno di essere addolcito, è già di per sé qualcosa in gradi di impreziosire il presente e che – senza bisogno di una richiesta in questo senso – si mette di buona lena per predisporsi al futuro ; ma il brutto.. beh, quello è tutto un altro paio di maniche. In ogni caso si cerchi di metterla diventa quasi impossibile non scritturarci come parte lesa, come vittime di quanto sia accaduto e che si vorrebbe non fosse mai successo. E qui sta il tranello, il meccanismo inceppato che va a fottere allegramente tutto il macchinario del nostro ego. Immedesimarsi nella trasposizione di noi stessi – autoprodotta peraltro – ci porta a rivivere in un ciclo continuo la stessa storia dalla medesima prospettiva. Un brutto digeribile.

Fossimo solo spettatori ci faremmo un quadro più ampio e meno stitico. Criticheremmo di vittimismo quel protagonista sbiadito dal tempo. Ironicamente potremmo quasi schierarci dalla parte di ciò che lo ferisce od opprime. Questo sì, sarebbe un brutto da congestione. Sta tutta lì la fregatura, dovendo portarci dietro un bagaglio indesiderato non sarebbe utile aprirlo per dare un’occhiata al suo contenuto? Indorare la pillola è una reazione sensata per assorbire il colpo e rimettersi in piedi (a volte nemmeno per questo) ma – prima o poi – ci toccherà andare avanti. Forse non credete ai fantasmi, ma io ne vedo in continuazione; no, non gente morta, sarebbe più facile probabilmente. Mi riferisco ai vivi.

Hanno tutti una almeno una valigia di troppo, un’espressione vagamente vuota stampata a fuoco sul volto e sempre forza insufficiente per portare il peso molto a lungo. Tutti attori, tutti protagonisti volontari ma inconsapevoli.  Non ditemi di non averne mai incontrato uno, non ci crederei.

Come dicevo, io, ai fantasmi ci credo. Ai miei di sicuro.

Tilt

Pubblicato: febbraio 21, 2014 in Uncategorized
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Vengeance station

Vorrei un’applicazione che mandasse tutti affanculo ci facesse tornare con i piedi per terra.
Lo dico così, senza tanti preamboli o mezze misure; niente orpelli inutili per addolcire la pillola. Evidentemente il 31 dicembre 1999 chi predisse il Millennium Bug non l’aveva sparata poi così grossa, anzi. La previsione risultò corretta, solo non furono propriamente i computer ad andare in tilt; questi furono il tramite di un gigante black-out ma i veri referenti ad andare in tilt (parola che mi riporta alla mente serate passate con amici davanti ad un flipper) si rivelarono essere – con un po’ di ritardo – i nostri cervelli.

Potrà esserci stato un ritardo – un effetto a lento rilascio come una di quelle pillole che ti sparano a milioni sull’etere per materializzarsi all’improvviso sullo schermo della televisione – ma l’effetto è stato devastante. Nel giro di poco tempo iniziano a farsi strada i social, la Apple tira fuori dal cilindro l’iPhone (ahimè sarebbe arrivato nella mia tasca destra come regalo di laurea) ed un fiume di applicazioni inutili prendono il posto dei neuroni: un po’ alla stregua di quello Skynet che rivelò l’apocalisse al genere umano nella saga di Terminator. La differenza? In effetti soltanto una, al posto delle bombe atomiche l’arrivo di internet sui cellulari. L’effetto, magari meno corale, si è rivelato esattamente lo stesso.

Sono pochi si sopravvissuti all’epidemia, li riconosci esclusivamente passeggiando per strada. Quest’ultimo baluardo del genere umano ha la strana caratteristica di camminare guardando dritto davanti a sé, quando parla ti guarda dritto negli occhi. A volte risponde – non sempre coerentemente, ma nessuno è rimasto davvero illeso – perfino alle tue domande: a voce. Niente schiena curva e mani sullo smartphone, niente occhi iniettati di sangue  con Whatsapp inciso nelle pupille. Nemmeno autoscatti ogni tre passi come cinesi all’arrivo sulla Luna. Eccola a voi la resistenza. Non so dirvi onestamente per quanto durerà, la battaglia è spietata, ma di tanto in tanto si trova qualche sopravvissuto. In barba alle probabilità.

Se ne trovate uno vi chiedo questo: Guardatelo dritto negli occhi.
Vi riconoscerà.

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Come spesso succede, a me per lo meno, finisce che a fine giornata riesca a farmi mentalmente un sunto di quel che è successo nell’arco delle ore precedenti. Non prima di addormentarmi, no: quei momenti son dedicati a valutare che cosa mettere insieme l’indomani. La sera è il momento prescelto.
Ed eccomi qui a buttar giù due righe.

In mattinata ero già con la testa in piena, quando hai la fortuna di essere invitato a partecipare per il terzo anno di fila all’unico evento artistico legato all’Eros in questo paese – mi riferisco alla rassegna di Enotica – (escludendo rassegne cinematografiche di genere ed affini) di sicuro l’umore non può essere proprio sotto le suole. Così, della serie pronti-partenza-via e la giornata era già partita in modo particolare (ed inaspettato). Poi arriva la giornata lavorativa, ma su questo soprassiedo volentieri. Ore 20,30 mi infilo il casco, guanti e sulle mie fide due ruote arrivo a casa. E’ giusto sera.

Panino extra-large in bocca, bicchiere di vino e tv di sottofondo che, pronti-partenza-via,  Piazzapulita mi informa dell’ennesimo fatto di cronaca: la telefonata “scherzo” all’ex Ministro dell’economia Barca. Cosa ne esce? Semplicemente che dietro al piccolo Golpe all’itaGliana del nuovo ciclo di Renzi altri non ci sia che l’inaspettato personaggio di De Benedetti. La notizia in tutto questo? Semplice che, a dichiararlo, sia proprio un programma solitamente amico del PD. Questo non me lo sarei aspettato, mia personalissima opinione. Non ci stupiamo dell’ennesimo governo non eletto dai cittadini ma fa “furore” che uno scherzo telefonico tiri fuori realtà scottanti senza nemmeno andare a “pilotarne” i contenuti.

Ma ammettiamolo, annoto tutto questo per una mia personale forma di preoccupazione egoistica, vi sto sottoponendo al supplizio per l’ennesima domanda balenatami all’improvviso. Ancora quel pronti-partenza-via, ti pareva. Eccola qui: Non è che la mia prima esposizione del 2014 altro non sia che uno scherzo telefonico?

 

Corpo di donna

Pubblicato: febbraio 16, 2014 in Uncategorized
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Daydream awaits

Perché tanto interesse al nudo femminile? Questa è una delle domande che mi sento rivolgere più spesso, uno dei motivi – la scelta del soggetto – che mi è costata decine di blocchi e censure su facebook. Io rispondo con un’altra domanda: ti sei mai guardato/a intorno? E’ tutto riassunto lì il discorso. Siamo circondati da pornografia mascherata (spesso nemmeno molto) ma sembra che non ci sia fastidio nell’esserne costantemente fruitori passivi. Il discorso cambia – evidentemente – in ambito artistico.

Una velina nuda va sulle riviste, un quadro di nudo viene censurato

Il succo è questo. E’ un po’ l’equivalente di esser “tacciati” di strumentalizzare il corpo femminile (per mia gioia ancora non mi è accaduto) quando, in realtà l’intento è quello di porre agli occhi – bellezza a parte – la realtà del mondo che ci circonda. Il nudo è tra i pilastri della pittura ma ultimamente sembra un discorso incomprensibile.
Sono dell’idea che sia fondamentale – per chi ricorra alle arti visive – cercare di rappresentare la contemporaneità e, non vogliatemene, quella che vedo è basata proprio sulla volgarità.
Ecco quindi perché ritengo sia un frangente da non ignorare, non tanto per l’erotismo in sé quanto per il numero di domande che dovrebbe porre. Certo un’immagine forte attira prima di tutto lo sguardo ma – del resto è lo scopo – non è forse questo lo scopo di un lavoro visivo? Il punto sarebbe il far sì che – una volta attirata l’attenzione – si riuscisse nell’intento di far porre all’osservatore qualche domanda ma.. temo questa sia un’altra storia.

Il corpo non è solo la parte più superficiale di una persona – beh ok, fisicamente lo è – ma è anche quello strumento che permette agli altri di vederci e ricordarsi chi siamo (sfido chiunque ad incontrare un conoscente e riconoscerlo per il nome che ha quando – non negatelo – nemmeno lo si ricorda). L’astrattista proverà a dipingere l’anima – ed è un discorso senz’altro intrigante – ma non è l’anima ciò che ci arriva di fronte stampato in bella mostra su riviste, giornali, cartelloni pubblicitari, tv, negozi e chi più ne ha più n metta. Sarebbe bello, sarebbe molto zen ma la realtà pratica è un’altra. Ecco quindi perché la mia attenzione finisce spesso lì e nello specifico sul corpo femminile. Con buona pace delle femministe più accanite il fatto è che la pubblicità è donna (esistono milioni di tesi a riguardo, non lo dico io) e la pubblicità è la prima forma d’arte (passatemi il termine) del presente.

Quindi guardate, ammirate anche ma.. ponetevi qualche domanda – poniamocene spesso – quando ci soffermiamo su qualcosa. Male non fa e, magari, si inizierebbe a censurare cose più dannose che un messaggio dipinto tra le linee di una donna.

 

Dall’idea alla critica

Pubblicato: febbraio 10, 2014 in Uncategorized
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Just do IT

C’è chi dice che l’arte non sia politica. Per quanto sarebbe bello potersi esprimere in questi termini non riesco, mio malgrado, a pensarla allo stesso modo. Quando ti dedichi ad un lavoro in questo ramo l’unico scopo che puoi prefiggerti di raggiungere è quello di trasmettere emozioni. Non conta nient’altro: la tecnica, i colori, le parole. I suoni. Niente.
L’emozione è l’unico tipo di target che non può – né deve – essere lasciato indietro.  Ma torniamo al punto.

Tutto nasce immancabilmente da un’idea, diretta od indiretta poco cambia, il resto è un cercare di seguirla provando a perderne la minor “quantità” possibile. Idea alla base ed emotività alla fine. Questo binomio è ciò che rende l’opera – qualsiasi essa sia – umana e rilevante. Certo, il lavoro in sé non può dare giudizi ma – questo sì – è inevitabile che chi ci stia dietro considerazioni ne abbia. Non fosse così non si cercherebbe di tirare in ballo il pubblico. Si farebbe semplicemente dell’altro.

Un artista ha il compito tirare in ballo il pubblico, di renderlo partecipe di quella che è la propria visione delle cose, del mondo che ci circonda. Si può provare a non dare giudizi, di sottoporre la realtà per quella che semplicemente è. Ma non è così semplice. Faccio un esempio pratico usandomi come spunto. Se ricreo un’opera di nudo, un’idea sociale o qualsiasi altro contesto, il mio primo impulso sarà quello di sottoporre alla vostra attenzione quello che è il mio punto di vista sull’argomento prescelto. Personalmente trovo più importante porre delle domande in chi si ritrova ad essere il mio referente più che dare risposte. Nel momento in cui, riprendendo il nudo, condivido od espongo un lavoro basato sull’erotismo il mio intento non è quello di far vedere il corpo per quello che è. Lo sto utilizzando come strumento per arrivare alla vostra attenzione. Farvi chiedere per prima cosa quella domanda – siamo sempre lì – perché?

Se riuscirò nel mio scopo allora vi farò fare un ragionamento, ed è lì che l’arte diventa politica. Nel bene e nel male intendiamoci. Da autodidatta il mio modo di interagire è quello di criticare il contesto in cui vivo, è più forte di me. Un nudo può essere il modo di porre all’attenzione lo sfruttamento del corpo femminile così come l’utilizzo di uno slogan pubblicitario quello di creare il presupposto mediatico per una critica socio-economica.

Intendiamoci – parlo al personale essendomi utilizzato come esempio – non è che mi piaccia, solo non posso negare che il procedimento sia questo. Se vi sottopongo un problema allora – se (il condizionale è d’obbligo) sono stato bravo – sarò riuscito a far arrovellare il cervello a qualcuno. Questa – ahimé – è la prima forma di politica che esista. Chiamiamola pure opposizione al sistema, definiamola come vogliamo ma il punto resta sempre quello. Perché dico questo? Semplicemente per il fatto che mi sono stufato di sentir parlare artisti come persone estranee al proprio contesto culturale, come automi quasi non-senzienti. Per autocritica, anche.

Le risposte le lascio a voi, mi limito al cercare le domande giuste (per me).