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Tilt

Pubblicato: febbraio 21, 2014 in Uncategorized
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Vengeance station

Vorrei un’applicazione che mandasse tutti affanculo ci facesse tornare con i piedi per terra.
Lo dico così, senza tanti preamboli o mezze misure; niente orpelli inutili per addolcire la pillola. Evidentemente il 31 dicembre 1999 chi predisse il Millennium Bug non l’aveva sparata poi così grossa, anzi. La previsione risultò corretta, solo non furono propriamente i computer ad andare in tilt; questi furono il tramite di un gigante black-out ma i veri referenti ad andare in tilt (parola che mi riporta alla mente serate passate con amici davanti ad un flipper) si rivelarono essere – con un po’ di ritardo – i nostri cervelli.

Potrà esserci stato un ritardo – un effetto a lento rilascio come una di quelle pillole che ti sparano a milioni sull’etere per materializzarsi all’improvviso sullo schermo della televisione – ma l’effetto è stato devastante. Nel giro di poco tempo iniziano a farsi strada i social, la Apple tira fuori dal cilindro l’iPhone (ahimè sarebbe arrivato nella mia tasca destra come regalo di laurea) ed un fiume di applicazioni inutili prendono il posto dei neuroni: un po’ alla stregua di quello Skynet che rivelò l’apocalisse al genere umano nella saga di Terminator. La differenza? In effetti soltanto una, al posto delle bombe atomiche l’arrivo di internet sui cellulari. L’effetto, magari meno corale, si è rivelato esattamente lo stesso.

Sono pochi si sopravvissuti all’epidemia, li riconosci esclusivamente passeggiando per strada. Quest’ultimo baluardo del genere umano ha la strana caratteristica di camminare guardando dritto davanti a sé, quando parla ti guarda dritto negli occhi. A volte risponde – non sempre coerentemente, ma nessuno è rimasto davvero illeso – perfino alle tue domande: a voce. Niente schiena curva e mani sullo smartphone, niente occhi iniettati di sangue  con Whatsapp inciso nelle pupille. Nemmeno autoscatti ogni tre passi come cinesi all’arrivo sulla Luna. Eccola a voi la resistenza. Non so dirvi onestamente per quanto durerà, la battaglia è spietata, ma di tanto in tanto si trova qualche sopravvissuto. In barba alle probabilità.

Se ne trovate uno vi chiedo questo: Guardatelo dritto negli occhi.
Vi riconoscerà.

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Please, like.

Pubblicato: febbraio 15, 2014 in Uncategorized
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Sono uno di quelli che pensa come mangia, piuttosto rapidamente ed in modo semplice; una cosa normale senza troppi alti e bassi. Mi piace darmi da fare in cose che mi diano una gratifica, qualcosa che mi ripaghi del tempo impiegato e dell’energia spesa per farlo: presumo che – chi più chi meno – tutti la pensiamo uguale su questo punto. Un passo indietro.
Gratificazione, questo era il termine, che cosa me la da? Il rendermi conto che ad altri – fosse anche uno solo – piaccia sinceramente quello che faccio. Non mi interessano i numeri, gli scambi di “like” classici di facebook o roba simile. Mi piace che, nel momento in cui vado a vedere il mio piccolo angolo di memoria nel web, possa vedere chi si sia effettivamente interessato al mio lavoro e – magari – per quale ragione questo sia accaduto.

Prendo l’esempio di facebook in quanto mediamente un utente su due ha una pagina (me compreso). Parlando di numeri – cosa che mi interessa relativamente poco – la mia ha superato da tempo il tetto, per me assurdo, di 2.000 fatidici “Mi piace”. Non sono pochi, certo non sono milioni. Sono il risultato del mio semplice caricare disegni e scritti, niente i più. Ogni giorno ne trovo qualcuno in più od in meno, è un classico. Poi mi chiedo il perché. Circa tre – a volte sette – volte al giorno mi arrivano richieste di cliccare un bel mi piace allo spazio di qualcuno. Cambiano sempre i nomi. Io vado a vedere, a volte lo metto (perché mi emoziono di ciò che trovo) ed altre no (se non accade). Per me è una cosa semplice, non metto manifesti se la mia scelta sia l’una o l’altra così come non vado a chiedere a nessuno se clicca un Mi piace giusto per aumentare i valori della mia pagina.

Eppure questo scambio di “click” è il regime dei social, un po’ come quello del parlamento italiano. Visto che pubblico (sul sito, facebook o dove capita di volta in volta) solo cose che faccio – in quanto amo farle e non perché presumo possano piacere ad altri – voglio che chi mi segua lo faccia perché ha ritrovato un pezzetto di sé, un’emozione o che-so-io in ciò che ha visto. Nient’altro, è questo che mi interessa, che mi stimola ad andare avanti fosse anche per una singola persona (che secondo me è già più di quanto si dovrebbe sperare). Non riesco quindi a capire per quale ragione queste migliaia – forse milioni – di cervelli siano così interessati ai numeri in sé. A chiedere uno sterile click anche dato per semplice esasperazione. Numeri. Cose senza valore andando a vedere visto che, fino a prova contraria, non si tratta certo di euro in più sul valore di un’opera. Così finisce tutte le volte che do una risposta alquanto diretta:

Please, stop.

E perdo qualche numero a mia volta. E’ la ragione però, quel motivo tanto stupido quanto superficiale, ad infastidirmi oltre ogni limite: quando ami qualcosa credo succeda, lo spero almeno. E poi solo una frase, due semplici parole a frullarmi nella testa a rotazione come un caleidoscopio andato in pezzi. Please, stop. Please stop.

Please.