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Yes, I can

C’è una forma sottile di tragedia nei ricordi, strisciante se vogliamo. E’ inevitabile visto che, volenti o meno, ci ritroviamo ad essere protagonisti di infiniti film personali con noi stessi protagonisti involontari. Il fatto stesso che non si possa scegliere di far parte della ristretta cerchia di spettatori passivi – anziché l’esatto contrario – fa sì che ci si ritrovi ad immedesimarci nella nostra stessa trasposizione ideale, che si falsi così in toto ciò che andiamo a ripescare nella memoria. Soprattutto con ciò che vorremmo dimenticare. Ed è questa la cosa da uscirci pazzi, abbiamo tutti qualche ricordo che vorremmo eliminare definitivamente dai nostri archivi personali.

Il bello non ha bisogno di essere addolcito, è già di per sé qualcosa in gradi di impreziosire il presente e che – senza bisogno di una richiesta in questo senso – si mette di buona lena per predisporsi al futuro ; ma il brutto.. beh, quello è tutto un altro paio di maniche. In ogni caso si cerchi di metterla diventa quasi impossibile non scritturarci come parte lesa, come vittime di quanto sia accaduto e che si vorrebbe non fosse mai successo. E qui sta il tranello, il meccanismo inceppato che va a fottere allegramente tutto il macchinario del nostro ego. Immedesimarsi nella trasposizione di noi stessi – autoprodotta peraltro – ci porta a rivivere in un ciclo continuo la stessa storia dalla medesima prospettiva. Un brutto digeribile.

Fossimo solo spettatori ci faremmo un quadro più ampio e meno stitico. Criticheremmo di vittimismo quel protagonista sbiadito dal tempo. Ironicamente potremmo quasi schierarci dalla parte di ciò che lo ferisce od opprime. Questo sì, sarebbe un brutto da congestione. Sta tutta lì la fregatura, dovendo portarci dietro un bagaglio indesiderato non sarebbe utile aprirlo per dare un’occhiata al suo contenuto? Indorare la pillola è una reazione sensata per assorbire il colpo e rimettersi in piedi (a volte nemmeno per questo) ma – prima o poi – ci toccherà andare avanti. Forse non credete ai fantasmi, ma io ne vedo in continuazione; no, non gente morta, sarebbe più facile probabilmente. Mi riferisco ai vivi.

Hanno tutti una almeno una valigia di troppo, un’espressione vagamente vuota stampata a fuoco sul volto e sempre forza insufficiente per portare il peso molto a lungo. Tutti attori, tutti protagonisti volontari ma inconsapevoli.  Non ditemi di non averne mai incontrato uno, non ci crederei.

Come dicevo, io, ai fantasmi ci credo. Ai miei di sicuro.

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