Che si guardi indietro nel tempo, od in avanti, non vedo una grande differenza di paesaggio. C’è una strana desolazione in giro, qualcosa di estremamente palpabile come la nebbia fitta – e densa – che all’improvviso cala dalle parti di Voghera. Certo, vedo ancora quella fetta di mare dalla finestra, i tetti delle case sbrinettati di pioggia e quella sensazione di familiarità estetica tipica dell’Italia che ogni anno attira milioni di turisti da ogni parte del mondo.
Ma sono gli eletti, loro. Arrivano, vedono il bello quanto basta per ricordarlo (ma non assorbirlo del tutto) e poi ripartono. Si portano via un pezzetto di leggerezza in grado far sorridere anche anni dopo; sì, una volta che lo stivale è solo una rappresentazione geografica su di un atlante.

Noi siamo posti sull’altro piatto della bilancia: dobbiamo viverci qui, magari – per i fortunati – andarcene all’estero in vacanza per poi tornare. Con questo tipo di prospettiva le cose assumono tutto un altro sapore e, non neghiamocelo, il retrogusto è di quelli veramente amari. Certo, non metto in dubbio di vivere nel BelPaese ma il senso di immobilità e d’impotenza che si respira è qualcosa in grado di ucciderti dentro.  Finti aspiranti suicidi a Sanremo, colloqui tra cariche dello stato e criminali, manipolazioni mediatiche ed il popolo di elettori pronto a giurare fedeltà a qualche partito. Ok, sempre quei soliti due. All’estero senti di guerre civili, gente che uccide e si uccide con il fuoco negli occhi. Gente viva in un posto morente. Noi siamo morti in un posto ancora vivo. Ben lontani, però, dal prenderci delle responsabilità reali per il nostro operato.

Chi dice il contrario è un fascista, un eversivo. Non scendere a compromessi e tirare avanti sull’onda della coerenza degli ideali è un concetto annegato tempo addietro. Ecco perché divento nostalgico. Democrazia: una parola che mi risuona della testa con quella cacofonia – o neologismo – denominato “presa-per-il-culo”. Abbiamo a disposizione tutta la storia dell’arte nelle nostre strade ma siamo sul baratro numerico di una guerra civile. Altri paesi la stanno combattendo (la Grecia, per dirne uno), altri si stanno preparando a farlo (Ucraina, vi dice niente?). Noi, invece, lì a parlare di cose che non servono a niente. E’ a questo punto che mi chiedo se abbia più senso fingerci democratici od iniziare a mettere tutto a ferro e fuoco. Per quanto possa apparire cinico, non esiste una rivoluzione culturale senza una sorella violenta. Lo dice la storia, lo dice l’etimologia della parola crisi; oltre 140 suicidi in un anno è una cifra che dovrebbe far riflettere.

Personalmente son entrato nell’ottica che, il giorno in cui mi vedessi costretto a farla finita, prima di puntarmi un’arma contro vorrei almeno iniziare a scaricarla su chi mi ha portato a tanto: così, giusto per alleggerirmi la coscienza di aver fatto qualcosa di pragmaticamente utile al mondo in cui vivo. Poi però mi ricordo dei turisti, quei simpatici personaggi sempre vestiti strani con la macchina fotografica perennemente inchiodata alla faccia. Come sorridono loro. Ed allora mi verrebbe da fermarne un gruppetto e chiedergli di fare un esperimento sociologico: buttate i passaporti e trasferitevi qui, facciamo a cambio se volete. Già mi vedo il loro sorriso scemare ed il colorito arrivare dal paonazzo al cianotico più acceso. Nessuno direbbe una parola, fingendo di non capire, ma tutti – e dico tutti – avrebbero in mente la stessa identica frase. Tutti.
Nessuna eccezione.

Non è un paese per tutti.

 

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Come spesso succede, a me per lo meno, finisce che a fine giornata riesca a farmi mentalmente un sunto di quel che è successo nell’arco delle ore precedenti. Non prima di addormentarmi, no: quei momenti son dedicati a valutare che cosa mettere insieme l’indomani. La sera è il momento prescelto.
Ed eccomi qui a buttar giù due righe.

In mattinata ero già con la testa in piena, quando hai la fortuna di essere invitato a partecipare per il terzo anno di fila all’unico evento artistico legato all’Eros in questo paese – mi riferisco alla rassegna di Enotica – (escludendo rassegne cinematografiche di genere ed affini) di sicuro l’umore non può essere proprio sotto le suole. Così, della serie pronti-partenza-via e la giornata era già partita in modo particolare (ed inaspettato). Poi arriva la giornata lavorativa, ma su questo soprassiedo volentieri. Ore 20,30 mi infilo il casco, guanti e sulle mie fide due ruote arrivo a casa. E’ giusto sera.

Panino extra-large in bocca, bicchiere di vino e tv di sottofondo che, pronti-partenza-via,  Piazzapulita mi informa dell’ennesimo fatto di cronaca: la telefonata “scherzo” all’ex Ministro dell’economia Barca. Cosa ne esce? Semplicemente che dietro al piccolo Golpe all’itaGliana del nuovo ciclo di Renzi altri non ci sia che l’inaspettato personaggio di De Benedetti. La notizia in tutto questo? Semplice che, a dichiararlo, sia proprio un programma solitamente amico del PD. Questo non me lo sarei aspettato, mia personalissima opinione. Non ci stupiamo dell’ennesimo governo non eletto dai cittadini ma fa “furore” che uno scherzo telefonico tiri fuori realtà scottanti senza nemmeno andare a “pilotarne” i contenuti.

Ma ammettiamolo, annoto tutto questo per una mia personale forma di preoccupazione egoistica, vi sto sottoponendo al supplizio per l’ennesima domanda balenatami all’improvviso. Ancora quel pronti-partenza-via, ti pareva. Eccola qui: Non è che la mia prima esposizione del 2014 altro non sia che uno scherzo telefonico?

 

Immagine  —  Pubblicato: febbraio 17, 2014 in Arte, Politica
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Daydream awaits

Perché tanto interesse al nudo femminile? Questa è una delle domande che mi sento rivolgere più spesso, uno dei motivi – la scelta del soggetto – che mi è costata decine di blocchi e censure su facebook. Io rispondo con un’altra domanda: ti sei mai guardato/a intorno? E’ tutto riassunto lì il discorso. Siamo circondati da pornografia mascherata (spesso nemmeno molto) ma sembra che non ci sia fastidio nell’esserne costantemente fruitori passivi. Il discorso cambia – evidentemente – in ambito artistico.

Una velina nuda va sulle riviste, un quadro di nudo viene censurato

Il succo è questo. E’ un po’ l’equivalente di esser “tacciati” di strumentalizzare il corpo femminile (per mia gioia ancora non mi è accaduto) quando, in realtà l’intento è quello di porre agli occhi – bellezza a parte – la realtà del mondo che ci circonda. Il nudo è tra i pilastri della pittura ma ultimamente sembra un discorso incomprensibile.
Sono dell’idea che sia fondamentale – per chi ricorra alle arti visive – cercare di rappresentare la contemporaneità e, non vogliatemene, quella che vedo è basata proprio sulla volgarità.
Ecco quindi perché ritengo sia un frangente da non ignorare, non tanto per l’erotismo in sé quanto per il numero di domande che dovrebbe porre. Certo un’immagine forte attira prima di tutto lo sguardo ma – del resto è lo scopo – non è forse questo lo scopo di un lavoro visivo? Il punto sarebbe il far sì che – una volta attirata l’attenzione – si riuscisse nell’intento di far porre all’osservatore qualche domanda ma.. temo questa sia un’altra storia.

Il corpo non è solo la parte più superficiale di una persona – beh ok, fisicamente lo è – ma è anche quello strumento che permette agli altri di vederci e ricordarsi chi siamo (sfido chiunque ad incontrare un conoscente e riconoscerlo per il nome che ha quando – non negatelo – nemmeno lo si ricorda). L’astrattista proverà a dipingere l’anima – ed è un discorso senz’altro intrigante – ma non è l’anima ciò che ci arriva di fronte stampato in bella mostra su riviste, giornali, cartelloni pubblicitari, tv, negozi e chi più ne ha più n metta. Sarebbe bello, sarebbe molto zen ma la realtà pratica è un’altra. Ecco quindi perché la mia attenzione finisce spesso lì e nello specifico sul corpo femminile. Con buona pace delle femministe più accanite il fatto è che la pubblicità è donna (esistono milioni di tesi a riguardo, non lo dico io) e la pubblicità è la prima forma d’arte (passatemi il termine) del presente.

Quindi guardate, ammirate anche ma.. ponetevi qualche domanda – poniamocene spesso – quando ci soffermiamo su qualcosa. Male non fa e, magari, si inizierebbe a censurare cose più dannose che un messaggio dipinto tra le linee di una donna.

 

Immagine  —  Pubblicato: febbraio 16, 2014 in Uncategorized
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Please, like.

Pubblicato: febbraio 15, 2014 in Uncategorized
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Sono uno di quelli che pensa come mangia, piuttosto rapidamente ed in modo semplice; una cosa normale senza troppi alti e bassi. Mi piace darmi da fare in cose che mi diano una gratifica, qualcosa che mi ripaghi del tempo impiegato e dell’energia spesa per farlo: presumo che – chi più chi meno – tutti la pensiamo uguale su questo punto. Un passo indietro.
Gratificazione, questo era il termine, che cosa me la da? Il rendermi conto che ad altri – fosse anche uno solo – piaccia sinceramente quello che faccio. Non mi interessano i numeri, gli scambi di “like” classici di facebook o roba simile. Mi piace che, nel momento in cui vado a vedere il mio piccolo angolo di memoria nel web, possa vedere chi si sia effettivamente interessato al mio lavoro e – magari – per quale ragione questo sia accaduto.

Prendo l’esempio di facebook in quanto mediamente un utente su due ha una pagina (me compreso). Parlando di numeri – cosa che mi interessa relativamente poco – la mia ha superato da tempo il tetto, per me assurdo, di 2.000 fatidici “Mi piace”. Non sono pochi, certo non sono milioni. Sono il risultato del mio semplice caricare disegni e scritti, niente i più. Ogni giorno ne trovo qualcuno in più od in meno, è un classico. Poi mi chiedo il perché. Circa tre – a volte sette – volte al giorno mi arrivano richieste di cliccare un bel mi piace allo spazio di qualcuno. Cambiano sempre i nomi. Io vado a vedere, a volte lo metto (perché mi emoziono di ciò che trovo) ed altre no (se non accade). Per me è una cosa semplice, non metto manifesti se la mia scelta sia l’una o l’altra così come non vado a chiedere a nessuno se clicca un Mi piace giusto per aumentare i valori della mia pagina.

Eppure questo scambio di “click” è il regime dei social, un po’ come quello del parlamento italiano. Visto che pubblico (sul sito, facebook o dove capita di volta in volta) solo cose che faccio – in quanto amo farle e non perché presumo possano piacere ad altri – voglio che chi mi segua lo faccia perché ha ritrovato un pezzetto di sé, un’emozione o che-so-io in ciò che ha visto. Nient’altro, è questo che mi interessa, che mi stimola ad andare avanti fosse anche per una singola persona (che secondo me è già più di quanto si dovrebbe sperare). Non riesco quindi a capire per quale ragione queste migliaia – forse milioni – di cervelli siano così interessati ai numeri in sé. A chiedere uno sterile click anche dato per semplice esasperazione. Numeri. Cose senza valore andando a vedere visto che, fino a prova contraria, non si tratta certo di euro in più sul valore di un’opera. Così finisce tutte le volte che do una risposta alquanto diretta:

Please, stop.

E perdo qualche numero a mia volta. E’ la ragione però, quel motivo tanto stupido quanto superficiale, ad infastidirmi oltre ogni limite: quando ami qualcosa credo succeda, lo spero almeno. E poi solo una frase, due semplici parole a frullarmi nella testa a rotazione come un caleidoscopio andato in pezzi. Please, stop. Please stop.

Please.

Giornata di lavoro finita, mille-mila telefonate fatte, milioni di parole spese eccetera eccetera. Normale amministrazione insomma. Il mio primo pensiero, rientrando a casa dopo le 21 (lo ammetto) era quello di mettermi qualcosa sotto ai denti, riempirmi finalmente la pancia e rilassarmi un po’ guardandomi in streaming qualche pellicola rimasta indietro. No, non è un altra accusa alla televisione.. semplicemente sfido chiunque ad arrivare allo schermo dopo le 21,30 e trovare un film (decente) non ancora iniziato; sarò all’antica ma certi riti mi piace farli per bene e con tutta calma. Ma.

Mi arriva un messaggio improvviso, lo leggo e rido. Sì, quella è stata la mia prima reazione. Motivo? Un presidente del consiglio (Letta) si dimette e, subito dopo al suo posto un altro prende il suo posto (Renzi). La logica vuole che sia un passaggio normale, qualcosa di previsto e prevedibile. Ma. Questa volta il “Ma” di turno lo metto io. Sorge una domanda scontata: Chi l’ha votato?
Per quanto riguardò Monti (il passato remoto è d’obbligo considerando la sparizione volontaria di questi), apprezzamenti ed insulti a parte, la cosa aveva avuto un iter di un certo tipo; governo d’emergenza si diceva. Ma quando mai si è visto subentrare un altro Presidente per sedersi sulla poltrona fino alla fine del mandato (tradotto fino al 2018) senza che nessuno lo avesse votato? Uno scherzo? Un pesce d’aprile anticipato per le troppe allerte meteo dovute ad un ennesimo inverno iperprostatico quanto a precipitazioni? Apparentemente no.

Parliamo – senza giudizi politici – di una sola persona che Ora ricopre contemporaneamente i seguenti incarichi istituzionali: Sindaco di Firenze, Presidente PD (no, non è l’acronimo di una bestemmia ma sta per Partito Democratico) ed Ora Presidente del Consiglio. Gli concedessimo ad honorem la presidenza della CGL ed una a vostra libera scelta si alzerebbe di scatto urlando a pieni polmoni TOMBOLA!!!!!! Purtroppo c’è poco da ridere, l’Italia non è una Repubblica (ad onor del vero stando alle votazioni saremmo ancora una Monarchia ma non ditelo in giro, siamo italiani dopotutto) Presidenziale ma.. in questo momento inizio a dubitarne. Se un anarcoide – come il sottoscritto – sembra orientato verso nuove votazioni legittime.. beh, vuol dire che qualcosa che stona c’è. Il terno è già stato estratto, il montepremi si riduce a sole due ultime caselle libere.

Non so voi, francamente sto rimpiangendo i cari vecchi pompini associati al PD.

Cogito ergo.. Bum!

Pubblicato: febbraio 12, 2014 in Uncategorized
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Guarda la tv, accendi il pc, vai a lavoro. Paga le tasse e vai in vacanza, possibilmente in bassa stagione. Assicura la macchina e la casa, ascolta la radio. Ricordati di leggere il giornale quando sei ancora a corto di caffeina e con il cervello in stand-by. Assimila tutto, fallo ogni volta che vuoi senza porti domande. Mangia leggero e fai colazione da Mc Donald.
Ricordati che sei una persona libera ma delega sempre qualcuno a prendere per te le decisioni basilari della giornata. Accendi un mutuo a tasso variabile, non preoccuparti della crisi. Compra sempre l’ultimo modello di iPhone, non si sa altrimenti per quanto potrai godere degli aggiornamenti e delle applicazioni gratis.

Non dire alla tua compagna che la ami, non a voce: mandale un sms. Pubblica su facebook tutte le tue foto, possibilmente taggando gli amici e con una bella faccina sorridente a chiudere il tutto. Sappi che su Mediaset Premium dal 2015 al 2018 la champions sarà in esclusiva. Vai in chiesa ma non leggere la Bibbia, lascia che te la racconti il prete. Non parlare in pubblico di cose serie, potrebbero ritenerti una persona superficiale. Vai a letto presto ma bevi responsabilmente. Scommetti alla Snai la mattina e gioca prima di addormentarti a poker in rete; il lotto è sempre disponibile dopotutto in tabaccheria.

Abbonati ad un mensile di benessere, vai in palestra e resta abbronzato tutto l’anno: le donne di strada apprezzano chi si tiene in forma. Depilati. Segui la maggioranza ed evita di appesantirti il cervello con dubbi inutili. Sorridi il meno possibile in privato, mantieni l’originalità in pubblico. Usa sempre citazioni famose, non scervellarti a buttare giù qualcosa di tuo. Se puoi non pensare, potresti passare per eversivo. Non opporti alla pubblicità, assecondala. Un bel culo ha sempre ragione e lo sai anche tu. Comprati un tablet ma stai lontano dalle biblioteche. Connettiti wireless, saluta gli amici via web. Non pensarci troppo. Non pensare.

Non pensare.

Bum.

Quelle foto che non trovo più

Pubblicato: febbraio 11, 2014 in Uncategorized
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Ultimamente provo una discreta insofferenza verso le foto patinate che inondano quotidianamente qualsiasi genere di media: da internet alla televisione passando per i manifesti od i trailer cinematografici. Non riesco a capire che cosa ci si di bello nel totale annullamento dell’imperfezione, nel surclassare il realismo in cambio di una sterile campionatura di microscopici pezzetti di carne ormai ignari di quello che avrebbe dovuto essere il proprio posto.

A me piacciono le foto sbagliate, quelle un po’ mosse con la messa a fuoco tarata così sul momento. Quelle immagini che parlano di un momento vero che difficilmente ritornerà uguale a come è stato. Amo quelle sbiadite un po’ rovinate dal tempo. Mi fanno morire ogni volta che mi capita di vederne in giro per ogni dove. Forse è una sorta di malattia, un qualcosa da cui dipendo sotto il profilo estetico ed emotivo. Forse, ma non me ne può importare di meno.

Provo una qualche forma di compassione per chi si nasconde dietro quegli effetti bellissimi ed articolati, chi crede che siano quelli gli scatti che li rappresentino al meglio. Che riescano a pensare di essere davvero così. Oddio la finzione può essere sul serio il ritratto di qualcuno ma.. questa è un’altra cosa. E’ maledettamente triste eppure più comune di qualsiasi altro comportamento standardizzato. Una moda delle immagini fotografiche, da sbandierare una identica all’altra ma con nomi diversi.

Io sono unica, lo vedi?
Sono la dea della notte.
Sono sola e vestita di niente,
ma con le mie amiche.
Nessuno mi capisce
ma le amike perfette sono bellissime.
Sono perfetto da sotto il mio ciuffo
guardandoti dal basso verso l’alto.
Emotivo statico depresso bellissimo
ma devo farlo vedere a tutti.
Nessuno capisce nessuno
ma tutti, qui, guardano me.

Che ci credano sul serio i ragazzini, avranno il tempo di crescere più avanti. Che ci credano le vecchiette addobbate come una strobo da discoteca all’età di quasi due terzi di secolo. Che ci credano tutti, viva le foto banali che si fanno con i cellulari davanti allo specchio. Facciamo vedere sui social media quanto siamo tutti diversi.

Che amarezza.

Avevo pensato di inserire un lunghissimo post a riguardo, poi ho pescato questo.
Ascoltate e guardate.
Direi che ci sia dentro qualsiasi cosa da tenere a mente.

Punto.

Video  —  Pubblicato: febbraio 10, 2014 in Uncategorized
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Just do IT

C’è chi dice che l’arte non sia politica. Per quanto sarebbe bello potersi esprimere in questi termini non riesco, mio malgrado, a pensarla allo stesso modo. Quando ti dedichi ad un lavoro in questo ramo l’unico scopo che puoi prefiggerti di raggiungere è quello di trasmettere emozioni. Non conta nient’altro: la tecnica, i colori, le parole. I suoni. Niente.
L’emozione è l’unico tipo di target che non può – né deve – essere lasciato indietro.  Ma torniamo al punto.

Tutto nasce immancabilmente da un’idea, diretta od indiretta poco cambia, il resto è un cercare di seguirla provando a perderne la minor “quantità” possibile. Idea alla base ed emotività alla fine. Questo binomio è ciò che rende l’opera – qualsiasi essa sia – umana e rilevante. Certo, il lavoro in sé non può dare giudizi ma – questo sì – è inevitabile che chi ci stia dietro considerazioni ne abbia. Non fosse così non si cercherebbe di tirare in ballo il pubblico. Si farebbe semplicemente dell’altro.

Un artista ha il compito tirare in ballo il pubblico, di renderlo partecipe di quella che è la propria visione delle cose, del mondo che ci circonda. Si può provare a non dare giudizi, di sottoporre la realtà per quella che semplicemente è. Ma non è così semplice. Faccio un esempio pratico usandomi come spunto. Se ricreo un’opera di nudo, un’idea sociale o qualsiasi altro contesto, il mio primo impulso sarà quello di sottoporre alla vostra attenzione quello che è il mio punto di vista sull’argomento prescelto. Personalmente trovo più importante porre delle domande in chi si ritrova ad essere il mio referente più che dare risposte. Nel momento in cui, riprendendo il nudo, condivido od espongo un lavoro basato sull’erotismo il mio intento non è quello di far vedere il corpo per quello che è. Lo sto utilizzando come strumento per arrivare alla vostra attenzione. Farvi chiedere per prima cosa quella domanda – siamo sempre lì – perché?

Se riuscirò nel mio scopo allora vi farò fare un ragionamento, ed è lì che l’arte diventa politica. Nel bene e nel male intendiamoci. Da autodidatta il mio modo di interagire è quello di criticare il contesto in cui vivo, è più forte di me. Un nudo può essere il modo di porre all’attenzione lo sfruttamento del corpo femminile così come l’utilizzo di uno slogan pubblicitario quello di creare il presupposto mediatico per una critica socio-economica.

Intendiamoci – parlo al personale essendomi utilizzato come esempio – non è che mi piaccia, solo non posso negare che il procedimento sia questo. Se vi sottopongo un problema allora – se (il condizionale è d’obbligo) sono stato bravo – sarò riuscito a far arrovellare il cervello a qualcuno. Questa – ahimé – è la prima forma di politica che esista. Chiamiamola pure opposizione al sistema, definiamola come vogliamo ma il punto resta sempre quello. Perché dico questo? Semplicemente per il fatto che mi sono stufato di sentir parlare artisti come persone estranee al proprio contesto culturale, come automi quasi non-senzienti. Per autocritica, anche.

Le risposte le lascio a voi, mi limito al cercare le domande giuste (per me).

Immagine  —  Pubblicato: febbraio 10, 2014 in Uncategorized
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Aiuto ai naviganti

Pubblicato: febbraio 8, 2014 in Uncategorized
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Butto giù una sorta di memorandum, una piccola nota di viaggio (chiamarlo consiglio lo troverei eccessivo) che spero possa tornare utile a chi – come me – abbia tra le proprie passioni qualsivoglia contesto artistico. Pittura, musica, scrittura.. cose così insomma; quel tipo di “spauracchi” vintage che spingono la gente a spremere un po’ di sana e vecchia materia grigia.

Probabilmente vi sarà già capitato di informarvi sui modi in cui sia possibile esporre/fare live/pubblicare, se la risposta è sì saprete già cosa potreste leggere a breve.  Troverete una miriade di possibilità di fronte a voi, tante belle parole e promesse. Attenti. Se c’è un ambito pieno di trappole è proprio questo. Se avete il dubbio di essere – o stare per – incappare in una di esse tenete a mente questa piccola ma essenziale regola di base:

Non accettate offerte da terzi (se a pagamento a maggior ragione) con l’esca aumenterà la vostra visibilità. Lo dicono praticamente tutti, dagli enti locali fino alle gallerie più o meno – nella maggior parte dei casi “meno” – importanti, dalle riviste passando per eventi di svariata natura.

Il mercato dell’arte non è in crisi perché l’economia va a rotoli da tempo, affatto. L’arte intesa come “bene” è da sempre ritenuta un settore di lusso e, come tale, chi prima aveva i soldi per permettersela, oggi li ha comunque. Il vero problema è che l’artista oggi è considerato il cliente dai soggetti sopra elencati e non il motore dell’intero sistema, nel momento in cui accettate questo tipo di proposte accettate di pari passo il sistema che vi vede penalizzati.

Esiste internet, portali, network dedicati a questo e la visibilità la ottenete gratis facendo quello che fate ed il passaparola darà spazio ad ognuno di voi. Se proprio dovete investire denaro per continuare a seguire quella che è – giustamente – la vostra ambizione fatelo con il vostro tempo ed i materiali che vi occorrono, non vi serve altro.

Detto questo tenete duro, sempre e comunque. Lo dovete a voi stessi e, altrettanto, alle persone che tramite i vostri lavori potreste stimolare; in senso emotivo ma – anche – magari a mettergli in testa la pulce di provare a fare arte a propria volta. Quella è una soddisfazione come poche altre.

In bocca al lupo,