Archivio per la categoria ‘Arte’

Sotto quest’epigrafe un po’ altisonante torno alla ribalta nello scrivere due righe. Era da tempo che non riuscivo a ritagliarmi spazio sufficiente per mettermi seduto e battere sulla tastiera un pensiero che fosse più lungo di una sillaba. Beh, ora cercherò di compensare con uno – più o meno – degno di nota.Siamo un paese divertente, privo di coerenza ma sicuramente degno del termine “Italia”

Two pt.1Basta poco dalle nostre parti per far storcere il naso ai benpensanti ed ancora meno per farli cadere in imboscate cul-turali (il trattino lo capirete tra poco) degne di una gag televisiva. Un esempio? L’erotismo.
Orde di indignati per un nudo quando l’arte classica nasce basandosi proprio su quest’aspetto elementare della vita. Nello stivale però si nasce vestiti, è risaputo: siamo o no la capitale mondiale della Moda?
Erotismo e pornografia evidentemente sono considerati sinonimi, forse per via della crisi si cerca di risparmiare tempo e carta (plausibile), forse l’ignoranza va a braccetto con l’ipocrisia.

Non sto inventando nulla, basti guardare le classifiche di vendita di romanzi per avere tra le mani un dato significativo; qual’è stato uno dei successi letterari (probabilmente immeritati) più promossi negli ultimi tempi? La risposta è una, e nemmeno divertente: 50 sfumature di grigio.

Di cosa parla in termini semplici? Un ricco incontra una ragazza e se la ripassa in ogni modo possibile ed inimmaginabile lasciando poco all’immaginazione. Ma non c’è nulla di “visivo” quindi va bene. Questa è la logica con la quale mi vedo a fare i conti un giorno sì ed uno pure sui social network ed altre sedi (principalmente italiane ovviamente), questa è la linea di pensiero che ha portato un maestro del calibro di Milo Manara alla più celebre fama all’estero quanto – tristemente per i più – ad un nome quasi senza una faccia dalle nostre parti.

Mi sorge spontanea una piccola citazione del buon Elio e le Storie Tese:

Evviva l’Italia evviva la Bulgaria che ci ha fatto dono del pippero!

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Momenti

Pubblicato: marzo 20, 2014 in Arte
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Mein Red

 

Molti, da ragazzi, avevano quel pizzico di sana incoscienza di prendere e saltare la scuola; sana perché – giusta o sbagliata che sia – è una scelta fatta per uscire da uno dei primi schemi che impariamo per fare qualcosa di diverso: altro. Ero tra quelli, non posso negarlo (e dubito che avreste pensato comunque il contrario). Perché di questa premessa? Semplicemente per il fatto di credere fortemente che – di tanto in tanto – alcune esperienze vadano ripetute a prescindere dall’età, a maggior ragione se la motivazione sia quella di fare ciò che si voglia fare realmente.

Entro in ufficio – senza soldi nel cellulare per avvisare che non sarei potuto essere tra i presenti – saluto tutti e torno fuori. Menate in teoria, ma le attese sanno regalare piacevoli intermezzi. Prendo e vado ad un parco, cartella con disegni e bozzetti appresso con tanto di scorta di penne e matite. Cerco un posto tranquillo – relativamente – ma ci sono bambini che giocano ovunque, con il Sole che spacca le pietre è anche il minimo dopotutto. Decido che va benissimo così ed inizio a rimettere mano ai fogli. L’attesa è lunga e faccio inconsapevolmente a tempo a finirne praticamente un paio, ma non è questo il punto della piccola storia, tutt’altro. Sono i bambini stessi a dirla proprio tutta.

Mentre armeggiavo, sigaretta in bocca, con i materiali via via che il tempo passava iniziavano le visite incuriosite dei “giocherelloni”. Uno alla volta, poi in gruppetti sempre più numerosi. Silenziosi, quasi ad aver paura che facendo qualche rumore quello strano tipo (io) si sarebbe fermato. Non ho mai visto in vita mia un adulto fare la stessa cosa: MAI. Queste visite, brevi ma spontanee, sono state una delle più belle soddisfazioni degli ultimi tempi. Qualcosa di bello proprio perché inaspettato. Mollare tutto – un gioco specialmente – per andare a vedere che cosa stesse facendo un tizio seduto su di una panchina, fermarsi a guardare, sorridere e restarsene lì in silenzio ancora un po’ con i propri amici. Come se fosse – a ragione – la cosa più normale da fare.

Ieri mi è stato chiesto se c’era qualcosa, negli ultimi tempi, di cui fossi veramente soddisfatto. Credo che questo momento sia esattamente al primo posto della mia – stringatissima – classifica personale.
Assolutamente.

 

 

Enotica 2014

E’ da qualche giorno che non riuscivo a mettermi buono a scrivere due righe, un po’ per impegni vari e – per fortuna – anche per via dell’avvicinarsi del festival dedicato all’eros ed al vino che (per tre anni di fila) mi ha visto tra i “chiamati” a partecipare in veste di artisti: Cin cin! Ora che manca solo una manciata di ore all’inaugurazione di Enotica 2014, e personale annessa, vi racconto un piccolo aneddoto. Quest’evento personalmente sarà un esperimento che – ad oggi – non ho mai provato. Si sente in giro di pittori ed artisti particolarmente gelosi delle proprie scelte, di gusti difficili ed astiosi all’idea di modificare in corsa le cose che si erano pensate con largo anticipo. Bene, questa personale vuole essere per quanto mi riguarda uno strappo netto a questa regola. Un’eccezione.

Le persone sono il fulcro di un evento, ancora prima di quanto vi sia esposto, ed è secondo questo pensiero che.. non è stato il sottoscritto a scegliere le stampe che saranno esposte all’evento. Francamente, ed è una cosa che mi fa impazzire di curiosità se proprio devo dirla tutta, non so neppure quali saranno esposte. Strano? Dipende. Sono abituato all’idea che gli artisti vogliano dare un proprio taglio di lettura – il proprio percorso che dir si voglia – al pubblico. Così facendo si cerca di instaurare un rapporto calcolato all’origine. E’ lo standard, chiunque abbia partecipato ad un qualsiasi allestimento potrà confermarlo. Qui l’idea è esattamente quella di mettere chi espone (in questo caso il sottoscritto) nella posizione di spettatore, ribaltare i ruoli. Volevo – e voglio – vedere in che modo si vedeva il mio lavoro, capire un po’ come potevo essere tradotto e recepito negli occhi di chi guarda.Così è stata l’organizzatrice – colei alla quale devo la mia presenza all’evento – a fare in mia vece tutto l’ambaradan del caso, ha scelto il materiale, luogo, disposizione. Quanto vedrete corrisponderà esattamente a ciò che vedrei io stesso per la prima volta. Una posizione equa, qualcosa che metta un po’ tutti – come giusto – sullo stesso piano.

Non ho idea di come andrà a finire, quali saranno i risultati e quanto ne segua ma, per quanto mi riguarda è già stato un pieno successo. Che dire, auguro a tutti coloro che vedranno la mostra una buona visione e – chiaro – un buon divertimento.

Che si guardi indietro nel tempo, od in avanti, non vedo una grande differenza di paesaggio. C’è una strana desolazione in giro, qualcosa di estremamente palpabile come la nebbia fitta – e densa – che all’improvviso cala dalle parti di Voghera. Certo, vedo ancora quella fetta di mare dalla finestra, i tetti delle case sbrinettati di pioggia e quella sensazione di familiarità estetica tipica dell’Italia che ogni anno attira milioni di turisti da ogni parte del mondo.
Ma sono gli eletti, loro. Arrivano, vedono il bello quanto basta per ricordarlo (ma non assorbirlo del tutto) e poi ripartono. Si portano via un pezzetto di leggerezza in grado far sorridere anche anni dopo; sì, una volta che lo stivale è solo una rappresentazione geografica su di un atlante.

Noi siamo posti sull’altro piatto della bilancia: dobbiamo viverci qui, magari – per i fortunati – andarcene all’estero in vacanza per poi tornare. Con questo tipo di prospettiva le cose assumono tutto un altro sapore e, non neghiamocelo, il retrogusto è di quelli veramente amari. Certo, non metto in dubbio di vivere nel BelPaese ma il senso di immobilità e d’impotenza che si respira è qualcosa in grado di ucciderti dentro.  Finti aspiranti suicidi a Sanremo, colloqui tra cariche dello stato e criminali, manipolazioni mediatiche ed il popolo di elettori pronto a giurare fedeltà a qualche partito. Ok, sempre quei soliti due. All’estero senti di guerre civili, gente che uccide e si uccide con il fuoco negli occhi. Gente viva in un posto morente. Noi siamo morti in un posto ancora vivo. Ben lontani, però, dal prenderci delle responsabilità reali per il nostro operato.

Chi dice il contrario è un fascista, un eversivo. Non scendere a compromessi e tirare avanti sull’onda della coerenza degli ideali è un concetto annegato tempo addietro. Ecco perché divento nostalgico. Democrazia: una parola che mi risuona della testa con quella cacofonia – o neologismo – denominato “presa-per-il-culo”. Abbiamo a disposizione tutta la storia dell’arte nelle nostre strade ma siamo sul baratro numerico di una guerra civile. Altri paesi la stanno combattendo (la Grecia, per dirne uno), altri si stanno preparando a farlo (Ucraina, vi dice niente?). Noi, invece, lì a parlare di cose che non servono a niente. E’ a questo punto che mi chiedo se abbia più senso fingerci democratici od iniziare a mettere tutto a ferro e fuoco. Per quanto possa apparire cinico, non esiste una rivoluzione culturale senza una sorella violenta. Lo dice la storia, lo dice l’etimologia della parola crisi; oltre 140 suicidi in un anno è una cifra che dovrebbe far riflettere.

Personalmente son entrato nell’ottica che, il giorno in cui mi vedessi costretto a farla finita, prima di puntarmi un’arma contro vorrei almeno iniziare a scaricarla su chi mi ha portato a tanto: così, giusto per alleggerirmi la coscienza di aver fatto qualcosa di pragmaticamente utile al mondo in cui vivo. Poi però mi ricordo dei turisti, quei simpatici personaggi sempre vestiti strani con la macchina fotografica perennemente inchiodata alla faccia. Come sorridono loro. Ed allora mi verrebbe da fermarne un gruppetto e chiedergli di fare un esperimento sociologico: buttate i passaporti e trasferitevi qui, facciamo a cambio se volete. Già mi vedo il loro sorriso scemare ed il colorito arrivare dal paonazzo al cianotico più acceso. Nessuno direbbe una parola, fingendo di non capire, ma tutti – e dico tutti – avrebbero in mente la stessa identica frase. Tutti.
Nessuna eccezione.

Non è un paese per tutti.

 

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Come spesso succede, a me per lo meno, finisce che a fine giornata riesca a farmi mentalmente un sunto di quel che è successo nell’arco delle ore precedenti. Non prima di addormentarmi, no: quei momenti son dedicati a valutare che cosa mettere insieme l’indomani. La sera è il momento prescelto.
Ed eccomi qui a buttar giù due righe.

In mattinata ero già con la testa in piena, quando hai la fortuna di essere invitato a partecipare per il terzo anno di fila all’unico evento artistico legato all’Eros in questo paese – mi riferisco alla rassegna di Enotica – (escludendo rassegne cinematografiche di genere ed affini) di sicuro l’umore non può essere proprio sotto le suole. Così, della serie pronti-partenza-via e la giornata era già partita in modo particolare (ed inaspettato). Poi arriva la giornata lavorativa, ma su questo soprassiedo volentieri. Ore 20,30 mi infilo il casco, guanti e sulle mie fide due ruote arrivo a casa. E’ giusto sera.

Panino extra-large in bocca, bicchiere di vino e tv di sottofondo che, pronti-partenza-via,  Piazzapulita mi informa dell’ennesimo fatto di cronaca: la telefonata “scherzo” all’ex Ministro dell’economia Barca. Cosa ne esce? Semplicemente che dietro al piccolo Golpe all’itaGliana del nuovo ciclo di Renzi altri non ci sia che l’inaspettato personaggio di De Benedetti. La notizia in tutto questo? Semplice che, a dichiararlo, sia proprio un programma solitamente amico del PD. Questo non me lo sarei aspettato, mia personalissima opinione. Non ci stupiamo dell’ennesimo governo non eletto dai cittadini ma fa “furore” che uno scherzo telefonico tiri fuori realtà scottanti senza nemmeno andare a “pilotarne” i contenuti.

Ma ammettiamolo, annoto tutto questo per una mia personale forma di preoccupazione egoistica, vi sto sottoponendo al supplizio per l’ennesima domanda balenatami all’improvviso. Ancora quel pronti-partenza-via, ti pareva. Eccola qui: Non è che la mia prima esposizione del 2014 altro non sia che uno scherzo telefonico?