Non è un paese per tutti

Pubblicato: febbraio 19, 2014 in Arte, Politica
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Che si guardi indietro nel tempo, od in avanti, non vedo una grande differenza di paesaggio. C’è una strana desolazione in giro, qualcosa di estremamente palpabile come la nebbia fitta – e densa – che all’improvviso cala dalle parti di Voghera. Certo, vedo ancora quella fetta di mare dalla finestra, i tetti delle case sbrinettati di pioggia e quella sensazione di familiarità estetica tipica dell’Italia che ogni anno attira milioni di turisti da ogni parte del mondo.
Ma sono gli eletti, loro. Arrivano, vedono il bello quanto basta per ricordarlo (ma non assorbirlo del tutto) e poi ripartono. Si portano via un pezzetto di leggerezza in grado far sorridere anche anni dopo; sì, una volta che lo stivale è solo una rappresentazione geografica su di un atlante.

Noi siamo posti sull’altro piatto della bilancia: dobbiamo viverci qui, magari – per i fortunati – andarcene all’estero in vacanza per poi tornare. Con questo tipo di prospettiva le cose assumono tutto un altro sapore e, non neghiamocelo, il retrogusto è di quelli veramente amari. Certo, non metto in dubbio di vivere nel BelPaese ma il senso di immobilità e d’impotenza che si respira è qualcosa in grado di ucciderti dentro.  Finti aspiranti suicidi a Sanremo, colloqui tra cariche dello stato e criminali, manipolazioni mediatiche ed il popolo di elettori pronto a giurare fedeltà a qualche partito. Ok, sempre quei soliti due. All’estero senti di guerre civili, gente che uccide e si uccide con il fuoco negli occhi. Gente viva in un posto morente. Noi siamo morti in un posto ancora vivo. Ben lontani, però, dal prenderci delle responsabilità reali per il nostro operato.

Chi dice il contrario è un fascista, un eversivo. Non scendere a compromessi e tirare avanti sull’onda della coerenza degli ideali è un concetto annegato tempo addietro. Ecco perché divento nostalgico. Democrazia: una parola che mi risuona della testa con quella cacofonia – o neologismo – denominato “presa-per-il-culo”. Abbiamo a disposizione tutta la storia dell’arte nelle nostre strade ma siamo sul baratro numerico di una guerra civile. Altri paesi la stanno combattendo (la Grecia, per dirne uno), altri si stanno preparando a farlo (Ucraina, vi dice niente?). Noi, invece, lì a parlare di cose che non servono a niente. E’ a questo punto che mi chiedo se abbia più senso fingerci democratici od iniziare a mettere tutto a ferro e fuoco. Per quanto possa apparire cinico, non esiste una rivoluzione culturale senza una sorella violenta. Lo dice la storia, lo dice l’etimologia della parola crisi; oltre 140 suicidi in un anno è una cifra che dovrebbe far riflettere.

Personalmente son entrato nell’ottica che, il giorno in cui mi vedessi costretto a farla finita, prima di puntarmi un’arma contro vorrei almeno iniziare a scaricarla su chi mi ha portato a tanto: così, giusto per alleggerirmi la coscienza di aver fatto qualcosa di pragmaticamente utile al mondo in cui vivo. Poi però mi ricordo dei turisti, quei simpatici personaggi sempre vestiti strani con la macchina fotografica perennemente inchiodata alla faccia. Come sorridono loro. Ed allora mi verrebbe da fermarne un gruppetto e chiedergli di fare un esperimento sociologico: buttate i passaporti e trasferitevi qui, facciamo a cambio se volete. Già mi vedo il loro sorriso scemare ed il colorito arrivare dal paonazzo al cianotico più acceso. Nessuno direbbe una parola, fingendo di non capire, ma tutti – e dico tutti – avrebbero in mente la stessa identica frase. Tutti.
Nessuna eccezione.

Non è un paese per tutti.

 

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