Uno dei pochi “veri” che consiglio a chiunque di leggere. Grande!

Gino

Alle elementari non ero il primo della classe, non mi interessava esserlo e poi ero troppo timido .
Pero’ quel che dovevo fare lo facevo, avevo fiducia in quel che diceva la maestra :
Non c’è bisogno di alzare il braccio per primi e dire sempre ” io lo so!” perché tanto se uno è bravo i fatti parleranno per lui.
Intanto i piu’ veloci ad alzare la mano continuavano a prendersi bei voti e, visto che non facevo parte del loro club esclusivo, presero a segnarmi tra i cattivi sulla lavagna ogni volta che potevano, mentre quelli delle ultime file mi presero in antipatia perché non facevo casino.
Alle medie dedussi che forse la maestra non aveva detto proprio tutta la verità, cosi’ capii che potevo far casino e ovviare alle cazzate compiute studiando quando serviva.
Ottenni la licenza media senza troppi sbattimenti.
Invece alle superiori decisi che non…

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Immagine  —  Pubblicato: ottobre 5, 2016 in Uncategorized

E se poi finisce tutto

Pubblicato: luglio 7, 2015 in Uncategorized
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Come spesso succede il giorno finisce e mi ritrovo faccia a faccia con quanto resta della mia – già precaria – materia grigia. Arriva il momento topico delle riflessioni, di quell’insieme di pensieri e sensazioni che durante il tram-tram quotidiano non si ha nemmeno il tempo di capire davvero.
Mi han chiesto quando riprenderò a scrivere, realizzo in tutta risposta che non riuscirò mai a mettere insieme tempo sufficiente per mettere insieme un altro libro, figuriamoci un diario.
I detti hanno molta più ragione di esistere dei paroloni con la quale la gente si finge raziocinante. La butto lì, per capirci, avete presente la famigerata frase “tutti i nodi vengono al pettine”? In questo periodo mi sto rendendo pienamente conto di quanto sia una verità a dir poco assoluta. Si può cercare di superare qualsiasi cosa ma, prima o poi, questa ti raggiunge alle spalle e ti ricorda di non essersi affatto dimenticata di te. Una cosa da restarci secchi.
Sto scoprendo, mio malgrado, che adattarsi ad una vita normale comporta inevitabilmente il mettere da parte i buoni propositi per grattare dal fondo del barile i cattivi.
Il giorno finisce ma non se ne va via per conto suo, affatto; si porta con sé tutte le considerazioni ed aspettative della nottata precedente. Quell’insieme di idee alle quali ti aggrappi disperatamente la notte (per lo meno io) per cercare di addormentarti più facilmente. Eppure, anche prendendone atto, so per certo che anche questa notte il mio “iter” notturno non cambierà di una virgola. Dovrei iniziare sul serio a contare le pecore, altro che storie.

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Nella mia vita ho avuto la fortuna di vedere un milione di cose, ci è voluto parecchio tempo intendiamoci; non è roba che metti insieme in quattro e quattr’otto. Trent’anni e qualche cosa a volerla dire proprio tutta. Buona parte è trascurabile, altrettanta sono errori. Poi c’è quel piccolo orticello di eccezioni per le quali vale la pena alzarsi dal letto la mattina.
Il silenzio del buio in una stanza mentre il resto della città fuori dalla finestra pare trovarsi a migliaia di chilometri di distanza. Il soffio di un vecchio ventilatore sgangherato che ti rinfresca la pelle fradicia di sudore. Cose così piccole che passano in sordina se non si ha un attimo di tempo per mettersi a cercarle. Il trucco credo che sia tutto qui, mettere insieme milioni di attimi per racimolare milioni di piccole cose. Ecco fatto.

La verità è che mi piacciono i dettagli. Non che siano tutto questo granché a voler vedere ma è grazie a loro se una cosa la consideriamo o passiamo oltre senza batter ciglio. Un odore, una piccola macchia od un sassolino nella scarpa. Metti caso che stai camminando per la tua strada lungo il marciapiedi e senti questo fastidio sotto il piede. Il semaforo per i pedoni è verde, le strisce sono lì a pochi metri ma rallenti il passo, magari inveisci contro il tuo cane per la precedente passeggiata sulla spiaggia, e te lo togli. Proprio in quel momento una macchina passa col rosso e ti avrebbe falciato senza ombra di dubbio. Il sasso ti ha salvato, od il cane. Dettagli. Capite adesso?

Cambiando il calendario

Pubblicato: gennaio 5, 2015 in Uncategorized

Io stravedo per le minoranze, lo dico così senza tanti preamboli.

C’è ben poco da fare, perfino il risveglio apocalittico post-capodanno non mi ha fatto cambiare modo di pensare. Se esiste una parola che davvero mi manda in bestia è senza ombra di dubbio la seguente: omologazione. Possono passare tutti gli anni del mondo ma continuo a restare basito quando vedo o sento persone che fanno letteralmente l’impossibile per essere uguali il più possibile agli altri. Nemmeno si trattasse di una ricetta per la salvezza.

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Sono il classico tipo di persona che, ad una cena elegante, va a socializzare con l’unico che ha avuto l’ardore di presentarsi in jeans senza risvoltini, magari con l’intera arcata sopraccigliare ancora sulla faccia. Mi piace la gente così, semplice ma realistica: verosimile. Ci sarà un futuro intero nel quale la clonazione avrà un ruolo integrante, non mi faccio dubbi in merito, tanto vale godersi il presente nel modo più personale possibile.

Ora che ho espresso queste parole posso finalmente decidermi a cambiare il calendario in cucina; anzi: ne prenderò un altro visto che, l’ideale sostituto pronto nella sua bustina di plastica, è troppo simile al precedente.

Devo essere diventato rivoluzionario, mannaggiammé.

Sotto quest’epigrafe un po’ altisonante torno alla ribalta nello scrivere due righe. Era da tempo che non riuscivo a ritagliarmi spazio sufficiente per mettermi seduto e battere sulla tastiera un pensiero che fosse più lungo di una sillaba. Beh, ora cercherò di compensare con uno – più o meno – degno di nota.Siamo un paese divertente, privo di coerenza ma sicuramente degno del termine “Italia”

Two pt.1Basta poco dalle nostre parti per far storcere il naso ai benpensanti ed ancora meno per farli cadere in imboscate cul-turali (il trattino lo capirete tra poco) degne di una gag televisiva. Un esempio? L’erotismo.
Orde di indignati per un nudo quando l’arte classica nasce basandosi proprio su quest’aspetto elementare della vita. Nello stivale però si nasce vestiti, è risaputo: siamo o no la capitale mondiale della Moda?
Erotismo e pornografia evidentemente sono considerati sinonimi, forse per via della crisi si cerca di risparmiare tempo e carta (plausibile), forse l’ignoranza va a braccetto con l’ipocrisia.

Non sto inventando nulla, basti guardare le classifiche di vendita di romanzi per avere tra le mani un dato significativo; qual’è stato uno dei successi letterari (probabilmente immeritati) più promossi negli ultimi tempi? La risposta è una, e nemmeno divertente: 50 sfumature di grigio.

Di cosa parla in termini semplici? Un ricco incontra una ragazza e se la ripassa in ogni modo possibile ed inimmaginabile lasciando poco all’immaginazione. Ma non c’è nulla di “visivo” quindi va bene. Questa è la logica con la quale mi vedo a fare i conti un giorno sì ed uno pure sui social network ed altre sedi (principalmente italiane ovviamente), questa è la linea di pensiero che ha portato un maestro del calibro di Milo Manara alla più celebre fama all’estero quanto – tristemente per i più – ad un nome quasi senza una faccia dalle nostre parti.

Mi sorge spontanea una piccola citazione del buon Elio e le Storie Tese:

Evviva l’Italia evviva la Bulgaria che ci ha fatto dono del pippero!

Mein Red

 

Molti, da ragazzi, avevano quel pizzico di sana incoscienza di prendere e saltare la scuola; sana perché – giusta o sbagliata che sia – è una scelta fatta per uscire da uno dei primi schemi che impariamo per fare qualcosa di diverso: altro. Ero tra quelli, non posso negarlo (e dubito che avreste pensato comunque il contrario). Perché di questa premessa? Semplicemente per il fatto di credere fortemente che – di tanto in tanto – alcune esperienze vadano ripetute a prescindere dall’età, a maggior ragione se la motivazione sia quella di fare ciò che si voglia fare realmente.

Entro in ufficio – senza soldi nel cellulare per avvisare che non sarei potuto essere tra i presenti – saluto tutti e torno fuori. Menate in teoria, ma le attese sanno regalare piacevoli intermezzi. Prendo e vado ad un parco, cartella con disegni e bozzetti appresso con tanto di scorta di penne e matite. Cerco un posto tranquillo – relativamente – ma ci sono bambini che giocano ovunque, con il Sole che spacca le pietre è anche il minimo dopotutto. Decido che va benissimo così ed inizio a rimettere mano ai fogli. L’attesa è lunga e faccio inconsapevolmente a tempo a finirne praticamente un paio, ma non è questo il punto della piccola storia, tutt’altro. Sono i bambini stessi a dirla proprio tutta.

Mentre armeggiavo, sigaretta in bocca, con i materiali via via che il tempo passava iniziavano le visite incuriosite dei “giocherelloni”. Uno alla volta, poi in gruppetti sempre più numerosi. Silenziosi, quasi ad aver paura che facendo qualche rumore quello strano tipo (io) si sarebbe fermato. Non ho mai visto in vita mia un adulto fare la stessa cosa: MAI. Queste visite, brevi ma spontanee, sono state una delle più belle soddisfazioni degli ultimi tempi. Qualcosa di bello proprio perché inaspettato. Mollare tutto – un gioco specialmente – per andare a vedere che cosa stesse facendo un tizio seduto su di una panchina, fermarsi a guardare, sorridere e restarsene lì in silenzio ancora un po’ con i propri amici. Come se fosse – a ragione – la cosa più normale da fare.

Ieri mi è stato chiesto se c’era qualcosa, negli ultimi tempi, di cui fossi veramente soddisfatto. Credo che questo momento sia esattamente al primo posto della mia – stringatissima – classifica personale.
Assolutamente.

 

 

Immagine  —  Pubblicato: marzo 20, 2014 in Arte
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Enotica 2014

E’ da qualche giorno che non riuscivo a mettermi buono a scrivere due righe, un po’ per impegni vari e – per fortuna – anche per via dell’avvicinarsi del festival dedicato all’eros ed al vino che (per tre anni di fila) mi ha visto tra i “chiamati” a partecipare in veste di artisti: Cin cin! Ora che manca solo una manciata di ore all’inaugurazione di Enotica 2014, e personale annessa, vi racconto un piccolo aneddoto. Quest’evento personalmente sarà un esperimento che – ad oggi – non ho mai provato. Si sente in giro di pittori ed artisti particolarmente gelosi delle proprie scelte, di gusti difficili ed astiosi all’idea di modificare in corsa le cose che si erano pensate con largo anticipo. Bene, questa personale vuole essere per quanto mi riguarda uno strappo netto a questa regola. Un’eccezione.

Le persone sono il fulcro di un evento, ancora prima di quanto vi sia esposto, ed è secondo questo pensiero che.. non è stato il sottoscritto a scegliere le stampe che saranno esposte all’evento. Francamente, ed è una cosa che mi fa impazzire di curiosità se proprio devo dirla tutta, non so neppure quali saranno esposte. Strano? Dipende. Sono abituato all’idea che gli artisti vogliano dare un proprio taglio di lettura – il proprio percorso che dir si voglia – al pubblico. Così facendo si cerca di instaurare un rapporto calcolato all’origine. E’ lo standard, chiunque abbia partecipato ad un qualsiasi allestimento potrà confermarlo. Qui l’idea è esattamente quella di mettere chi espone (in questo caso il sottoscritto) nella posizione di spettatore, ribaltare i ruoli. Volevo – e voglio – vedere in che modo si vedeva il mio lavoro, capire un po’ come potevo essere tradotto e recepito negli occhi di chi guarda.Così è stata l’organizzatrice – colei alla quale devo la mia presenza all’evento – a fare in mia vece tutto l’ambaradan del caso, ha scelto il materiale, luogo, disposizione. Quanto vedrete corrisponderà esattamente a ciò che vedrei io stesso per la prima volta. Una posizione equa, qualcosa che metta un po’ tutti – come giusto – sullo stesso piano.

Non ho idea di come andrà a finire, quali saranno i risultati e quanto ne segua ma, per quanto mi riguarda è già stato un pieno successo. Che dire, auguro a tutti coloro che vedranno la mostra una buona visione e – chiaro – un buon divertimento.

Immagine  —  Pubblicato: marzo 14, 2014 in Arte
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Yes, I can

C’è una forma sottile di tragedia nei ricordi, strisciante se vogliamo. E’ inevitabile visto che, volenti o meno, ci ritroviamo ad essere protagonisti di infiniti film personali con noi stessi protagonisti involontari. Il fatto stesso che non si possa scegliere di far parte della ristretta cerchia di spettatori passivi – anziché l’esatto contrario – fa sì che ci si ritrovi ad immedesimarci nella nostra stessa trasposizione ideale, che si falsi così in toto ciò che andiamo a ripescare nella memoria. Soprattutto con ciò che vorremmo dimenticare. Ed è questa la cosa da uscirci pazzi, abbiamo tutti qualche ricordo che vorremmo eliminare definitivamente dai nostri archivi personali.

Il bello non ha bisogno di essere addolcito, è già di per sé qualcosa in gradi di impreziosire il presente e che – senza bisogno di una richiesta in questo senso – si mette di buona lena per predisporsi al futuro ; ma il brutto.. beh, quello è tutto un altro paio di maniche. In ogni caso si cerchi di metterla diventa quasi impossibile non scritturarci come parte lesa, come vittime di quanto sia accaduto e che si vorrebbe non fosse mai successo. E qui sta il tranello, il meccanismo inceppato che va a fottere allegramente tutto il macchinario del nostro ego. Immedesimarsi nella trasposizione di noi stessi – autoprodotta peraltro – ci porta a rivivere in un ciclo continuo la stessa storia dalla medesima prospettiva. Un brutto digeribile.

Fossimo solo spettatori ci faremmo un quadro più ampio e meno stitico. Criticheremmo di vittimismo quel protagonista sbiadito dal tempo. Ironicamente potremmo quasi schierarci dalla parte di ciò che lo ferisce od opprime. Questo sì, sarebbe un brutto da congestione. Sta tutta lì la fregatura, dovendo portarci dietro un bagaglio indesiderato non sarebbe utile aprirlo per dare un’occhiata al suo contenuto? Indorare la pillola è una reazione sensata per assorbire il colpo e rimettersi in piedi (a volte nemmeno per questo) ma – prima o poi – ci toccherà andare avanti. Forse non credete ai fantasmi, ma io ne vedo in continuazione; no, non gente morta, sarebbe più facile probabilmente. Mi riferisco ai vivi.

Hanno tutti una almeno una valigia di troppo, un’espressione vagamente vuota stampata a fuoco sul volto e sempre forza insufficiente per portare il peso molto a lungo. Tutti attori, tutti protagonisti volontari ma inconsapevoli.  Non ditemi di non averne mai incontrato uno, non ci crederei.

Come dicevo, io, ai fantasmi ci credo. Ai miei di sicuro.

Immagine  —  Pubblicato: marzo 4, 2014 in Uncategorized
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Citavo l’Ucraina poco tempo fa, in termini di guerra civile, in termini di reazione ad una situazione. Dove si crea un conflitto finisce sempre che ci si debba schierare in un modo o nell’altro, non per essere attivisti – con le parole si ottiene troppo poco in troppo tempo – ma per mettersi in pace quel briciolo di coscienza che ci resta. Egoismo, certo, ma probabilmente utile.
Ammiro chiunque agisca per difendere quelle che sono le proprie idee, a prescindere dalle bandiere-fede-politica-colore. Condividere non costa nulla, ascoltare ancora meno. Questo mio spazio non è certo una testata giornalistica, né vorrei lo fosse, ma un piccolo spaccato di ciò che vedo e sento quotidianamente; è in questi termini che inserisco una semplice richiesta video in un contesto come questo.

Io ci provo, sia mai che serva a qualcosa.

Video  —  Pubblicato: febbraio 21, 2014 in Uncategorized
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Vengeance station

Vorrei un’applicazione che mandasse tutti affanculo ci facesse tornare con i piedi per terra.
Lo dico così, senza tanti preamboli o mezze misure; niente orpelli inutili per addolcire la pillola. Evidentemente il 31 dicembre 1999 chi predisse il Millennium Bug non l’aveva sparata poi così grossa, anzi. La previsione risultò corretta, solo non furono propriamente i computer ad andare in tilt; questi furono il tramite di un gigante black-out ma i veri referenti ad andare in tilt (parola che mi riporta alla mente serate passate con amici davanti ad un flipper) si rivelarono essere – con un po’ di ritardo – i nostri cervelli.

Potrà esserci stato un ritardo – un effetto a lento rilascio come una di quelle pillole che ti sparano a milioni sull’etere per materializzarsi all’improvviso sullo schermo della televisione – ma l’effetto è stato devastante. Nel giro di poco tempo iniziano a farsi strada i social, la Apple tira fuori dal cilindro l’iPhone (ahimè sarebbe arrivato nella mia tasca destra come regalo di laurea) ed un fiume di applicazioni inutili prendono il posto dei neuroni: un po’ alla stregua di quello Skynet che rivelò l’apocalisse al genere umano nella saga di Terminator. La differenza? In effetti soltanto una, al posto delle bombe atomiche l’arrivo di internet sui cellulari. L’effetto, magari meno corale, si è rivelato esattamente lo stesso.

Sono pochi si sopravvissuti all’epidemia, li riconosci esclusivamente passeggiando per strada. Quest’ultimo baluardo del genere umano ha la strana caratteristica di camminare guardando dritto davanti a sé, quando parla ti guarda dritto negli occhi. A volte risponde – non sempre coerentemente, ma nessuno è rimasto davvero illeso – perfino alle tue domande: a voce. Niente schiena curva e mani sullo smartphone, niente occhi iniettati di sangue  con Whatsapp inciso nelle pupille. Nemmeno autoscatti ogni tre passi come cinesi all’arrivo sulla Luna. Eccola a voi la resistenza. Non so dirvi onestamente per quanto durerà, la battaglia è spietata, ma di tanto in tanto si trova qualche sopravvissuto. In barba alle probabilità.

Se ne trovate uno vi chiedo questo: Guardatelo dritto negli occhi.
Vi riconoscerà.

Immagine  —  Pubblicato: febbraio 21, 2014 in Uncategorized
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